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Natale di Roma n°2766

L’Associazione culturale Pomerium è lieta di invitarvi a Roma il 20 ed il 21 Aprile per celebrare insieme il 2766°anniversario della fondazione dell’Urbe.Come ogni anno si organizzano visite, escursioni ed eventi in prossimità della ricorrenza della fondazione di Roma, un’eccezionale occasione per incontrarci e godere delle meraviglie di Roma Antica. E come sempre vi offriamo la possibilità di scoprire itinerari nuovi e poco conosciuti.Coloro che vogliono partecipare ad uno o a più appuntamenti tra i seguenti, sono pregati di comunicare la propria adesione a info@pomerium.org o chiamando il numero 342.1437822. Sarà possibile avere informazioni e assistenza nella permanenza a Roma.Di seguito il programma degli appuntamenti (sono gratuiti per tutti laddove non diversamente specificato), partecipate numerosi!!!

Programma

Sabato 20 aprile 2012

1 – Visita alle Terme di Caracalla e ai suoi sotterranei, recentemente aperti al pubblico (appuntamento ore 10.00 presso l’ingresso del complesso in Via delle Terme di Caracalla, 52; ingresso con guida soci € 12,00 – altri € 18,00).

Le Terme di Caracalla o Antoniniane (dal nome della dinastia degli Antonini), costituiscono uno dei più grandiosi esempi di terme imperiali di Roma, essendo ancora conservate per gran parte della loro struttura e libere da edifici moderni. Furono volute dall’imperatore Caracalla sull’Aventino, tra il 212 e il 217, come dimostrano i bolli laterizi, in un’area nei pressi del Circo Massimo. Le terme erano grandiose, ma destinate a un uso di massa per il popolino dei vicini quartieri popolari della XII Regio.

(ulteriori informazioni su http://it.wikipedia.org/wiki/Terme_di_Caracalla).

2 – Passeggiata nell’area del Foro Boario

Il Foro Boario (latino: Forum Boarium o Bovarium) era un’area dell’antica Roma lungo la riva sinistra del fiume Tevere, tra Campidoglio e Aventino. Quella zona era paludosa ed era stata bonificata dall’azione della Cloaca Massima. Lo stesso nome era attribuito anche ad una piazza entro tale area, in cui si teneva il mercato del bestiame. Nei suoi pressi era pure presente una località dove venivano ammassate grandi quantità di sale (le Salinae), provenienti dalla foce. I limiti dell’area erano compresi tra il Circo Massimo a sud-est, il Velabro a nord est (al confine si trovava il cosiddetto arco degli Argentari, una porta monumentale di accesso all’area), il vicus Iugarius, alle pendici del Campidoglio a nord, il Tevere a ovest e l’Aventino a sud. L’area era divisa tra le regioni augustee VIII (Forum Romanum) e XI (Circus Maximus).

(ulteriori informazioni su http://it.wikipedia.org/wiki/Foro_Boario).

3 – Assemblea ordinaria annuale dei soci di Pomerium e Cena sociale dei partecipanti alle celebrazioni del Dies Natalis

(appuntamento ore 19.30 in sede da definire)

L’ordine del giorno e la sede saranno disponibili entro qualche giorno sul sito www.pomerium.org ed inviato singolarmente ai soci. Il luogo del convivio sarà comunicato su questa mailing-list.

Domenica 21 aprile 2012

4a – Parata storica ai Fori Imperiali e esibizione dei gruppi di rievocazione storica al Circo Massimo

(appuntamento ore 10.00, all’angolo tra Via di San Gregorio e Via dei Cerchi)

Ormai tradizionale appuntamento per assistere alla parata organizzata dal Gruppo Storico Romano a cui partecipano numerosi gruppi rievocativi per celebrare la nascita di Roma.

(ulteriori informazioni su http://www.natalidiroma.it/2013/pages/programma_NdR2013.html)

4b – Visita ad Ostia Antica e alle insulae dipinte

(appuntamento davanti all’ingresso all’area archeologica ore 10.00; ingresso con guida 15,00 €)

L‘apertura delle Case dipinte ostiensi, non accessibili al grande pubblico per quasi mezzo secolo, avviene ora grazie ad un vasto programma di recupero avviato circa dieci anni fa dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia.

(ulteriori informazioni su http://www.guidaturistica.roma.it/ostia-antica-le-case-dipinte-1195.htmll)

 

http://pomerium.spreadshirt.it/
Ordina una maglietta e sfoggiala alle celebrazioni di Roma!

La classica passeggiata in MTB…. la dorsale del Tevere!

Ecco a voi il nostro quinto appuntamento annuale in mountain bike; questa volta taglieremo a metà l’Urbe, da sud a nord fino ed oltre il Centro Storico!

Una moltitudine di monumenti si allineano lungo questa antica autostrada: l’Emporium , la Cloaca Massima, gli antichi ponti Cestio e Fabricio all’Isola Tiberina, l’Elio (a Castel Sant’Angelo) e il Milvio, la Mole Adriana, l’Ara Pacis…solo per citarne alcuni. La distanza totale da percorrere sarà circa 50 km perlopiù pianeggianti e su pista ciclabile.

Unisciti anche tu al gruppo, una giornata indimenticabile a contatto con il mito e la storia. Tu, la tua MB, macchina fotografica e spirito d’avventura.

L’evento si terrà il giorno domenica 7 Aprile con partenza dall’ingresso della ciclabile di Viale Egeo all’EUR (si trova alle spalle della chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, lato opposto di Viale Europa) alle ore 8.30.

Per informazioni e partecipazione (anche per incontrarci prima e andare insieme sul posto) scrivi a info@pomerium.org o telefona al 342.1437822

*  *  *

Le precedenti edizioni della passeggiata in MTP sono state:

16 Settembre 2012: “Perambulatio Viae maris” – da Trigoria a Lavinium

29 giugno 2011: “Perambulatio Viae Appiae” – dal Circo Massimo a Bovillae

26 maggio 2010: “Perambulatio Aquae Claudiae” – dalla stazione Termini al Parco degli Acquedotti

27 giugno – 3 luglio 2009: “Ab Rubicone ad Vrbem” – dal Rubicone a Roma

 

Iscrizioni anno 2013

amici,

sono aperte le iscrizioni all’associazione culturale Pomerium per il 2013, la quota associativa anche per quest’anno è di 15,00 euro.

Con l’iscrizione sarà consegnata la tessera ai nuovi soci di Pomerium che dà diritto ad usufruire di sconti e promozioni sulle attività organizzate dall’Associazione. I soci saranno inoltre costantemente informati sulle convenzioni siglate con strutture, esercizi commerciali, ecc.

Iscrivendosi si può ricevere in omaggio il nostro nuovo Calendario tradizionale romano 2013   ( qui trovi il dettaglio). Considerate da una a due settimane dal momento del pagamento per i tempi di consegna).

Scopri tutti i dettagli per perfezionare l’iscrizione alla pagina http://www.pomerium.org/iscrizione.htm

Ti aspettiamo anche quest’anno!

Valete optime

Fabrizio Marocco

Presidente dell’Associazione Pomerium

 

UNA GIORNATA A ROMA – QUADRO 1/3

UNA GIORNATA A ROMA

Rappresentazione teatrale in tre quadri

di Franco Nicastro

 

 

3 momenti della giornata.:

  • Liberalia
  • Alle Terme
  • La Cena di Lucio

 

La vigilia  di Liberalia  (a.d.  XVI  Kal.  Apr.)

 

1° Quadro

LIBERALIA

 

Lucius Fabius Calvus        (Lucio) Giovane diciassettenne della nobile famiglia dei Fabii. Siamo all’alba del 17 Marzo, il giorno dei Liberalia[1], festa di Liber Pater[2], il giorno dell’ assunzione della Toga Virilis da parte di Lucio, primogenito. di Marcvs Fabivs Calvvs e di Vipsia Calena della  nobile Gens Fvfia. E’ alto per la sua età. Colorito abbronzato, capelli di un nero corvino, occhi piuttosto infossati ed uno sguardo franco e aperto come il suo carattere. Il viso leggermente scavato mostra una peluria incombente. Il mento è volitivo e le labbra atteggiate ad un perenne sorriso. Veste una semplice Tvnica Praetexta ed al collo porta la Bvlla avrea, il pendaglio metallico (in questo caso in oro) indossato come collana, segno di protezione, tipico di tutti i ragazzi nati liberi di Roma.

Droclo                               Schiavo personale di Lucio ma, ancor più, suo coetaneo ed amico.  Non ha mai saputo nulla dei propri genitori. Fu raccolto da una donna che lo aveva trovato abbandonato nei pressi della fonte Castalia a Delfi. Costei, una volta tornata a Roma, consegnò il bimbo, dall’apparente età di 4 anni, a Tribivs, un liberto che a sua volta lo donò a Marcvs Fabivs Calvvs, suo Patronvs. e padre di Lucio, il quale lo destinò al servizio del figlio. Ha capelli scuri tagliati molto corti e carnagione lievemente olivastra. Viso tondo ed occhi castani dall’aria intelligente. Anche lui è abbronzato e muscoloso. Veste una Tvnica di colore scuro ed il capo è cinto da una Taenia, un nastro annodato posteriormente che gli ricade dietro fin quasi alle spalle che ha larghe e robuste.

Pollia                                 Sorella di Lucio, di anni 15. E’ una ragazza di intelligenza acuta, di interessi vari che offre volentieri, nonostante la più giovane età, consigli all’adorato fratello maggiore. E’ da questi ricambiata teneramente negli affetti. E’ piuttosto minuta con grandi occhi scuri e capelli, come quelli di Lucio, di un nero corvino, sciolti sulle spalle, non ancora acconciati per la imminente cerimonia. Il volto è di un perfetto ovale con labbra lievemente dischiuse che disegnano una bocca piccola ma carnosa. Veste una semplice tunica senza alcun monile. Al collo le pende la Lvnvla, un monile d’oro a forma di luna che le fanciulle di Roma nate libere portano al collo; E’ il corrispondente femminile della Bvlla dei ragazzi.

Rufilla                                Schiava di Polllia. E’ di origine gallica arrivata a Roma da un piccolo villaggio nei pressi di Samarobriva,[3] all’età di 2 anni. La di lei madre, Caumda, è la Ornatrix[4] di Vipsia, madre di Lucio e Pollia. Il suo vero nome è Duvixa ma, per la sua chioma di un rosso fiamma è da tutti chiamata Rufilla. E’ più alta di Pollia nonostante sia più piccola di circa un paio di anni. Ha carnagione di alabastro, e la bellissima chioma rossa, che conserva lunga nonostante il suo stato di schiava, le incornicia un volto illuminato da due occhi di un profondo colore smeraldo cangiante con riflessi dorati. Le labbra rosse risaltano sul pallore dell’incarnato. Ha movenze flessuose, un portamento aggraziato e naturalmente riservato. Indossa un Kiton, abito di foggia greca che castiga il corpo snello.

 

E’ il giorno dell’ importante cerimonia dell’assunzione della Toga Virilis da parte di Lucio, simbolo dell’ingresso nella maggiore età del ragazzo. L’atmosfera della casa è serena per quanto pervasa dalla concitazione per questa importante tappa nella vita di un Romano, che è in procinto di essere iscritto nel registro dei Romani Cives quindi diventare  Cittadino di Roma a pieno titolo.

Siamo al termine della Vigilia quarta[5] che precede l’Hora prima[6]. L’ “alato guardiano della notte” (il gallo)[7] ha già cantato e i ragazzi sono già in piedi.

Lucio ha già lasciato il suo cvbicvlvm, la stanza da letto. Compiute le abluzioni mattutine, indossata per l’ultima volta la sua Toga Praetexta e la sua Bvlla attende nell’Atrivm l’arrivo della sorella Pollia. Entra Droclo.

 

Droclo             (Con un ché di fiero negli occhi)  Salve tibi  domine!

Lucio               Salve a te Droclo. Come mai stamane sei così formale?

Droclo             Oggi è un giorno particolare.

Lucio               E’ la festa dei Liberalia e nel giorno sacro a Liber Pater, Roma accoglierà i suoi nuovi cittadini.

Droclo             E’ vero e tu oggi lascerai per sempre l’infanzia ed entrerai a pieno titolo nel novero dei Romani Cives i Cittadini di Roma.

Lucio               Ma come sai queste cose?

Droclo             Ho assistito come tuo schiavo a tutte le lezioni del tuo retore; se mi permetti lo trovo noioso talvolta ma interessante molto spesso!

Lucio               (ridendo) Quindi ti sei fatto un’istruzione alle mie spalle!

D                     Non alle tue spalle, ma insieme a te Lucio e, permettimi padrone, qualche volta riuscivi a farlo proprio infuriare il povero Pholemonides: quel rhetor è la pazienza fatta persona e tu …

L                      (Alterandosi per finta ed interrompendo Droclo) Beh di contro tu non conosci la servilis patientia, la sottomissione da schiavo che dovrebbe esserti propria! (poi, continuando con fare più confidenziale) quindi anche tu hai avuto poco profitto dalle lezioni …

D                     Però so che oggi abbandonerai la tua Toga Praetexta simbolo della sacralità e del rispetto alla fanciullezza.

L                      (compiaciuto) Parli come un libro scritto … prosegui!

D                     Deporrai nel larario di famiglia, qui nell’atrio, la bvlla che ora porti al collo ed offrirai ai Lares familiares la tua prima barba.

L                       Lo so Droclo, lo so. Indosserò per la prima volta la bianca Toga virilis. Uscirò da questa casa accompagnato da mio padre ed in qualità di cittadino di Roma sacrificherò a Giove Capitolino in prsenza del Flamen Dialis.

D                     Sarai contento per questo caro Lucio!

L                      (facendosi serio) Per molto tempo ho aspettato questo momento e adesso che mancano poche clepsydrae, poche ore, alla cerimonia, tutto mi appare così difficile: vorrei allontanare questo obbligo a cui, inaspettatamente, non mi sento pronto..

D                     Caro Lucio, può sembrare strano che uno schiavo come me possa dire che ti capisce ma, credimi, l’affetto per te mi può far dire ciò in piena sincerità.

L                      Mi sembra di sentire il buon Pholemonides: “Ogni cambiamento nella nostra vita di, ogni volta che si traversa una meta, in noi qualche cosa cambia”.

D                     Infatti oggi tu, abbandoni la fanciullezza e la spensieratezza.

L                      Oggi mi assumo la grande responsabilità che ho ereditato nel momento stesso che mio padre mi ha riconosciuto come suo figlio sollevandomi da terra quando, appena nato, fui presentato a lui.

D                     Hai assunto, quale erede della tua Gens, l’antica e gloriosa Gens dei Fabii, l’onere di proseguire, nel solco tracciato dai tuoi predecessori, la via dell’onore e della gloria. Hai l’obbligo di non venire meno alla Dignitas dei tuoi antenati.

L                     E’ un grosso fardello per un giovane, passare così improvvisamente ai doveri della vita adulta …

D                     Ma sei stato preparato a questo …

L                     Lo so … e so anche che il nostro rapporto dovrà necessariamente mutare.

D                     Lo so anche io. Ho sempre temuto questo momento ed infine è arrivato: non potremo essere più affiatati come prima.

L                     No amico mio. E’ vero i nostri rapporti cambieranno … ma solo nella forma, caro  Droclo, solo nella forma.

D                     Dici davvero dominvs ?

L                     Si. Noi saremo sempre amici e tu mi seguirai nel Cvrsvs Honorvm la carriera politica che da oggi sarà lo scopo nella mia vita pubblica.

D                     Ricordo le lunghe dissertazioni  del retore sui doveri che il cittadino di Roma ha nei confronti della sua patria e della sua Gens, specie se di nobile nascita. E’ per questo ….

 

Entra Pollia accompagnata da Rufilla. Vedendo il fratello gli corre incontro ed interrompendo Droclo, lo abbraccia con gioia.

 

Pollia              Frater!

L                     Soror mea! Che irruenza sorellina. Tu già in piedi! L’alato guardiano della notte ti ha svegliato anzitempo con il suo canto particolarmente potente?

P                     No il gallo non c’entra nulla. Anzi non vedevo il momento che cantasse e stamane il suo rauco segnale è stato dolce quanto il canto del passero di Lesbia.

L                     (Sorridendo a Pollia e guardandola negli occhi in maniera divertita e un po’ incredula) Non mi dire che anche tu stamane …

P                     Oggi per noi tutti è un giorno molto importante. Pensa che anche la timida Rufilla è eccitata e, contrariamente al solito, molto ciarliera.

R                     (Schermendosi, in atteggiamento timido e con gli occhi bassi) Beh … si dominvs, la mia padroncina ha ragione…

D                     (rivolgendosi a Rufilla e prendendola sottobraccio)  Vieni fanciulla. (Allontanandosi e rivolto a Rufilla) lasciamoli un po’ soli; tra poco ci sarà una folla e non potranno più parlare da soli tra loro.

P                     Fratello caro sono felice per te ma sento anche un poco di tristezza. So bene che a partire da oggi  sarai occupato nel tuo nuovo ruolo di cittadino di Roma.

L                     (Dissimulando un velo di mestizia che le parole di Pollia gli avevano fatto calare sugli occhi e mostrando più fermezza di quanto in effetti non avesse) Non temere sorellina!; i tuoi consigli mi sono sempre stati cari e non vi rinuncerò tanto facilmente.

P                     Non ti sbarazzerai facilmente di me, soprattutto ora che mi hai dato il tuo consenso ad essere la tua consigliera ufficiale.

L                     Sarà così cara Pollia.

P                     Ho notato la delicatezza di Droclo: hai visto!? Ci ha lasciati soli. E’ proprio un caro ragazzo … ma non è che glielo hai detto tu di andare via?

L                     No Pollia, è stata la sua sensibilità. In effetti è un ragazzo acuto ed un caro amico.

P                     E’ vero,  sia lui che Rufilla sono due amici sinceri …

L                     Ascolta Pollia, ora che siamo soli, prima che inizi la ressa di parenti ed amici, voglio approfittare di questi pochi attimi di pace che rimangono per rivolgerti una domanda

P                     Dimmi pure fratello. Sai che per te non ho segreti.

L                     Ascolta Pollia è un po’ che ti osservo e ti vedo, … come dire, … più viva, più presente; direi più gioiosa …

P                     Stiamo entrando nella primavera … ricordi ? … Ver reducit gaudia …

L                     si “ … la primavera reca allegrezza …” ma dici che sia solo la stagione primaverile cara Pollia?

P                     perché me lo chiedi fratello? E’ una strana domanda la tua!

L                     meno strana di quanto tu posso pensare. Da domani dovrò interessarmi anche io degli affari della nostra famiglia … e in quegli affari rientri anche tu dolce Pollia.

P                     cosa intendi ?

L                     da alcuni giorni nostro padre mi sta mettendo al corrente dei suoi progetti tra cui quelli per il tuo futuro.

P                     il mio futuro?

L                     si Pollia, parlo del tuo matrimonio, è tempo di programmare questo evento, hai l’età giusta. Ti ho voluto anticipare questa notizia perché da domani, nella mia nuova veste, aiuterò nostro padre nel combinarti un giusto matrimonio.

P                     è dunque giunta l’ora. Grandi cambiamenti dunque, in questa casa!

L                     Pollia, possibile che tu non abbia mai pensato al tuo futuro ?

P                     veramente si caro fratello, ma come può pensarci una fanciulla romana di buona famiglia.

L                     spiegati Pollia, fammi capire!

P                     sai bene Lucio  che una fanciulla di nobile nascita attende il matrimonio, con trepidazione e con la speranza che lo sposo non le sia troppo sgradito.

L                     si questo lo so bene …

P                     ed una fanciulla di nobile nascita non deve anteporre i propri agli interessi della famiglia; questo è ciò che ci si aspetta da lei. Essa non ha e non può avere desideri o preferenze.

L                     ma proprio per questo Pollia che ho preso questo discorso: per farla breve, tutto questa tua vitalità, questa gioia, questa eccitazione, non è per caso dovuta a qualche giovane che ci piace?

P                     (Arrossendo lievemente) … in effetti … si Lucio  è così! Ma questo cosa c’entra?

L                     Quindi è come pensavo. Bene … rispondi Pollia … lo conosco?

P                     certamente Lucio . È un bravo giovane che frequenta questa casa.

L                     quindi è un mio amico.

P                     certamente e non potrebbe essere altrimenti. Sai che io non esco quasi mai, pertanto conosco poche persone … ma … perché vuoi saperlo?

L                     cara sorellina poiché nostro padre discuterà con me del tuo matrimonio sarei felicissimo se potessi combinarne uno dove ci sia spazio anche per l’amore.

P                     (rimanendo stupita dalle parole del fratello) dici sul serio Lucio ? questo è un aspetto che non avevo mai considerato; ma soprattutto a cui non sono stata educata! È così strano il solo pensarci …

L                     e invece devi pensarci! Non vedo perché non potrebbe essere così …

P                     si … ma nostro padre? credi che accondiscenderebbe? è un bel cambiamento in una tradizione consolidata, specie in una famiglia come la nostra, di antiche tradizioni.

L                     e invece credo che in questo ti sbagli sorellina. Ho la netta sensazione che nostro padre abbia volutamente ritardato l’argomento delle tue nozze in attesa che io potessi affiancarlo in questo compito. Sa molto bene del nostro affiatamento e si aspetta certamente che io lo aiuti a trovare per te un buon marito.

P                     lo dici con tanta sicurezza …

L                     fidati sorellina … allora mi dici chi è?

P                     (Titubante) … è  Marcvs Qvintivs Caetilivs, il tuo amico ….

L                     Marco Qvinzio! Il mio amico Marco Quinzio Cetilio ?!

P                     si Lucio  è proprio lui! Ma ora che conosci il suo nome non fare passi avventati: non sono ancora sicura di me stessa, non sono … Cosa intendi fare ora?

L                     per il momento nulla cara Pollia, ma quando verrà il momento vedrai che riuscirò a … guidare nostro padre.

P                     Fratello caro … Oh ma ecco che arriva Rufilla

R                     (portando un cofanetto si avvicina ai fratelli) Scusatemi se vi interrompo ma il tempo stringe e tu padroncina devi ancora vestirti per la cerimonia.

L                     E’ vero dolce Rufilla è bene che anche io mi prepari (dando un buffetto sulla guancia di Rufilla e guardandola prima negli occhi, poi, scostandosi leggermente da lei e squadrandola da capo a piedi, con fare ammirato) Rufilla! Stamattina sei bellissima … così radiosa. Sei stupenda! Possibile che non me sia mai accorto? Pollia sei certa che sia la tua Rufilla? dove l’avevi nascosta fino ad oggi?  (poi con ampio sorriso, mostrando ancora incredulità si allontana).

P                     (soridendo a Rufilla e appoggiandole una mano sulla spalla) Rufilla hai fatto colpo sul nostro Lucio.

R                     (totalmente confusa, con gli occhi sgranati, rivolgendo uno sguardo sorpreso a Pollia) Oh Pollia il padrone mi ha chiamata per nome! (arrossendo ancora di più) il padrone si è rivolto a me e mi ha chiamata per nome!

P                     (Un po’ sorpresa e divertita per l’eccitazione di Rufilla) Beh Rufilla cosa c’è di stranno in questo!?

R                     (Insistendo e dando l’impressione di non avere udito ciò che Polliale sta dicendo)Le sono piaciuta. Mi ha detto che sono bella ..

P                     Su Rufilla … non c’è nulla di …(interrompendosi all’improvviso e quardando Rufilla come se la vedesse per la prima volta ed un po’ allarmata) Ma … Rufilla …sei per caso innamorata di Lucio?

R                     (Interrompendosi all’improvviso, facendo una breve pausa poi schermendosi e guardando con occhi sorpresi Pollia) Io padroncina? No! Certamente no!

P                     (Seria in viso e con un’ombra di tristezza) Rufilla Rufilla! Non mentirmi dolce amica. Riesco a scorgere in te i segni del mio stesso turbamento quando penso a Marco. Non mentire Rufilla Me ne accorgo benissimo: tu sei innamorata di mio fratello.

R                     (Avvicinandosi a Pollia quasi terrorizzata) No padrona no! … Cioè … Si. Ti prego in nome di tutti i numi tutelari non dire nulla! Mantieni questo segreto come e più di quelli che mantengo io per te!

R                     Si: è vero: è da un po’ di tempo che quando scorgo Lucio provo una stana emozione. Ma ti prego non dirlo a nessuno.

P                     Ma perché il nome degli dei non dovrei dire nulla?

R                     So di non potere nemmeno pensare di amare Lucio, io una schiava non posso affatto aspirare ad un libero cittadino di Roma, e nobile per giunta.

P                     E’ vero Rufilla. Non ci avevo mai pensato.

R                     Invece purtroppo è così. Le leggi e le usanze dell’Urbe lo vietano. Lo so bene, sono cresciuta con questa consapevolezza. Dimentica la mia eccitazione di prima, fai come se non sia mai esistita. (affranta mostra segni di tristezza e disperazione ma senza gesti scomposti).

R                     (Riprendendo il discorso) So bene che questo mio sentimento non mi potrà che arrecare dolore, ma so per certo che se mi allontanerai da questa casa ne morirò.

P                     (Cingendo con le braccia le spalle di Rufilla) Mia povera sfortunata Rufilla!

R                     (Poggiando il capo su una spalla di Pollia) Non sfortunata, padrona, non sfortunata. (poi alzando il capo e ricomponendosi) Provare una simile trepidazione anche se deriva da un sentimento che non potrà mai essere corrisposto è un che già di per se più prezioso di un grande tesoro.

P                     Che saggezza mostri cara amica mia! Dici seriamente?

R                     Mi sarà sufficiente coltivare in segreto questa mia  emozione ed alimentarla con la visione di lui in questa casa. Ti prego padrona, non mi allontanare da te e quindi da Lucio. Fa come non sia successo nulla.

P                     (Staccandosi da Rufilla e guardandola nei grandi occhi) Rufilla …mi chiedi molto. Da oggi non potrò più ignorare il dolore che proverai ogni volta che Lucio si avvicinerà e lo sforzo che dovrai fare per dissimulare ciò che provi per lui. Penso a te Rufilla, e non alle secolari convenzioni di Roma

R                     (Alzando la testa, assumendo un portamento fiero e quasi di sfida nel dimostrare una fortezza d’animo ben lungi dall’essere reale) Padrona non temere! Oggi Lucio assumerà la Toga Virilis Da domani egli nella sua qualità di Civis Romanvs, di Cittadino di Roma,  inizierà il faticoso Cvrsvs Honorvm, la sua carriera politica.

P                     E’ vero. I suoi impegni saranno tali e tanti che sarà sempre più difficile vederlo in casa. Le occasioni saranno sempre più rare. Dovrà certamente andare in terre lontane anche per lunghi periodi.

R                     Infatti! La lontananza ed il tempo mitigheranno questa mia ferita ma rimanendo vicino a te, almeno, potrò avere sue notizie che altrimenti mi sarebbero negate. Come vedi padrona, a parte la mia eccitazione di poco fa sono ben pronta ad affrontare il mio futuro.

P                     mostri molta più saggezza di quanto non mi aspettassi mia dolce amica!

R                     (Riassumendo un tono confidenziale e sottomesso) Non preoccuparti per me Pollia, conosco bene il mio ruolo di schiava a cui sono da sempre abituata. So perfettamente qual è il posto che mi compete.

P                     Sia come sia. Domani, quando la calma sarà tornata in questa casa, andremo insieme al Tempio di Venere e sacrificheremo due candite colombe, le più belle. Ma ora dimmi Rufilla, cosa stavi per dirmi quando Lucio ti ha interrotto?

R                     E’ vero padroncina. Questa mattina mia madre Caumda mi ha portato questo cofanetto: contiene alcune ampolle di profumo per te. C’è quello al Nardo, quello all’Amomo[8] e quello che preferisci: il profumo di Ocimvm, profumo di basilico[9], è molto fresco e si addice molto bene ad una fanciulla come te. Lo ha fatto lei stessa e, come sai mia madre è molto esperta nei segreti di Kosmos, nell’arte cosmetica.

P                     (prendendo dalle mani di Rufilla il cofanetto con le piccole ampolle con il profumo) Ringrazia tua madre, Rufilla. So che mia madre Vipsia è molto contenta di lei; il lavoro di Caumda come ornatrix è insuperabile. (Apre il cofanetto e tocca ammirata le diverse ampolle. Ne toglie una e l’annusa estasiata. Porgendo il flacone a Rufilla dice:)  Prendi Rufilla questo è per te; è il profumo al nardo, molto prezioso. Voglio che lo usi tu.

R                     Oh Pollia! E’ troppo per me, Ti ringrazio ma è troppo per me. Preferirei che tu mi promettessi ciò che prima ti ho chiesto padroncina!

P                     E sia! Manterrò questo tuo piccolo grande segreto e faccio voti agli stessi numi da te invocati che un altro giovane possa prendere nel tuo cuore il posto di Lucio;

R                     Sarà ciò che gli eterni numi ci riserbano, … Padroncina ti sarò sempre grata per questo immenso dono.

P                     (Porgendole l’ampolla del profumo) Ed allora accetta anche questo. Vedrai che ti sarà utile.

R                     (Prendendo l’ampolla dalle mani di Pollia) Ascolta Pollia l’Ostiarivs, il portinaio, sta aprendo le porte e tra breve l’atrio si riempirà di amici e parenti per assistere alla cerimonia di Lucio. E’ bene che anche noi ci ritiriamo. Oggi devi essere particolarmente radiosa per onorare giustamente il tuo caro fratello.

P                     (Avviandosi con Rufilla verso l’interno della casa) Si, andiamo, non ostacoliamo i riti.

 

 

Entrano in scena alcune persone tra cui:

Marcvs Quintiv Caetilivs Secvndus (Marco), giovane patrizio, coetaneo e molto simile fisicamente a Lucio.

Fabia Caetilia (Fabia) Sorella di Marco

Gaia Severa    (Gaia) Amica di Pollia

Akel Taghist    (Aulo) Amico di Marco e di Lucio, chiamato più semplicemente Aulo, figlio di un ricco mercante della città di Camulodunum, capitale della provincia romana della Britannia, (Colchester), a Roma per istruzione. E’ un provinciale molto curioso della cultura di Roma e di tutte le sue tradizioni. Ospite di Marco con la sorella Claudia, è la prima volta che partecipa alla cerimonia dei Liberalia.

Clatkyal Taghist (Claudia)  Sorella di Akel (Aulo). Anche lei, come il fratello, è affascinata dalla società di Roma.

 

 

Marco              Venite avanti amici, tra poco inizierà la cerimonia, Lucio sarà sicuramente emozionato … io ho indossato la mia toga virile esattamente un anno fa e me lo ricordo.

Aulo                Ho capito il significato simbolico della Toga ma come si svolge la cerimonia?

Fabia               Ora Marco te lo spiegherà brevemente.

M                     Trattandosi di una cerimonia di passaggio dall’età minore a quella adulta si tratta di abbandonare i simboli dell’una ed acquisire quelli dell’altra: e ciò di fronte ai numi protettori della Gens, i Lares familiares.

Claudia            Ma in concreto come si svolge il rito?

M                     Di fronte al larario, il padre del futuro cittadino con un lembo della toga sul capo …

C                     (interrompendo Marco) un lembo della toga?

F                      Vedi Claudia, solamente i liberi cittadini di Roma possono indossare la toga. Essa è vietata severamente a schiavi, liberti e a chiunque non sia cittadino romano …

A                     quindi è un simbolo esclusivo di appartenenza …

M                     esatto. Un cittadino romano, nella sua qualità svolge, all’interno della sua famiglia, anche le funzioni di Sacerdote. Esteriormente questa funzione è simboleggiata dal capo velato da un lembo della toga.

A                     Ho capito. Quindi il padre di Lucio, con il capo velato dalla toga sarà anche il ministro del culto.

M                     Si! Quindi dopo le invocazioni di rito ai Lares Familiares e le offerte, inviterà il figlio Lucio a deporre la sua bulla, il pendente che ha portato al collo negl’anni della sua infanzia.

C                     La bulla è un altro simbolo …

F                      Certamente. La Bulla per i fanciulli e la Lunula, come quella che io porto, per le fanciulle.

A                     Ho capito. E poi?

M                     A questo punto c’è l’offerta della prima barba: Lucio si raserà per la prima volta, anche se la barba avrà la consistenza di una peluria appena accennata, e deporrà nel larario, in un piccolo piattino, questa barba ed il rasoio utilizzato.

C                     Comprendo il senso della cerimonia.

N                     Alla fine Marco indosserà la candida toga, assolutamente priva di qualsiasi decorazione, che il suo schiavo personale, Droclo, dovrà aggiustargli bene sulle spalle e far cadere con le giuste pieghe.

A                     La cerimonia quindi finisce qui …

F                      Beh non ancora …

M                     Infatti questa è la preparazione per la cerimonia finale … Lucio, accompagnato dal padre Marco Fabio Calvo salirà al tempio di Giove Capitolino e, se la cerimonia si svolge a Roma,  sacrificherà di fronte al Flamen Dialis, al sacerdote di Giove.

A                     Ed a questo punto sarà un cittadino romano a tutti gli effetti … giusto?

M                     Giusto Aulo. La cerimonia ufficiale si conclude qui ma proseguirà privatamente con altri due momenti oramai entrati nella tradizione.

A                     Quali Marco?

M                     La prima uscita pubblica di Lucio alle Terme e poi, come tradizione, appunto, il Convivium, la sera.

A                     Giornata intensa, dunque.



[1] Feste che si tenevano a Roma il 17 marzo in onore di Liber pater, dio italico della fertilità e in particolare del vino, identificato comunemente con il greco Dioniso. Originariamente erano celebrazioni essenzialmente campestri, caratterizzate da allegri canti e dall’uso di maschere appese agli alberi per scacciare gli spiriti cattivi.

[2] Tradizionalmente, durante i Liberalia del mese di Marzo i bambini romani liberi abbandonavano la toga praetexta (bianca con un largo bordo rosso), e ricevevano la toga virilis, generalmente bianca.

[3] L’attuale Amiens, nel nord della Francia, situata nel dipartimento della Somme

[4] E’ la schiava addetta all’aspetto esteriore della Matrona. E’ colei che le acconcia i capelli, la trucca etc. Talvolta queste donne sono molto esperte anche nell’arte della fabbricazione dei cosmetici.

[5] Quarta vigilia, dalle tre alle sei antimeridiane

[6] Le sei antimeridiane

[7] Cfr Appendix Vergiliana, Moretum ,2

[8] Nardo ed Amomo erano profumatissime e costose essenze orientali.

[9] Oggi potrebbe far sorridere ma l’Ocimum Basilicum in una formulazione con olio di oliva, era usato come validissimo profumo. Il preparato da un profumo incredibilmente fresco che potrebbe avere successo ancora oggi.

La classica passeggiata in MTB…. e stavolta “capatina” al mare!

Ecco a voi il nostro quarto appuntamento annuale in mountain bike; questa volta ci addentreremo verso il mare e la zona archeologica legata ai miti di Enea, al suo sbarco nel Lazio e alla fondazione di Lavinium presso Pratica di Mare.

Varro recitava “Lavinium ibi dii penates nostri ( Lingua Latina V 144)”, cioè “dove sono i Dei Penati del Popolo Romano”, vale a dire le origini dei Romani sono da ricercarsi lì, a Lavino. Qui nel dopoguerra furono ritrovati tredici altari, che risalgono al VII secolo a.C. dove venivano eseguiti riti sacrificali agli dei Penati, un po’ gli angeli custodi del popolo; poi un santuario risalente al VI secolo a.C. che si vorrebbe identificare come la tomba di Enea o forse il luogo dello sbarco. A metà della nostra pedalata visiteremo il locale museo archeologico prima di percorrere la strada del ritorno (distanza totale da percorrere di circa 30 km perlopiù pianeggianti).

Unisciti anche tu al gruppo, una giornata indimenticabile a contatto con il mito e la natura. Tu, la tua MB, macchina fotografica e spirito d’avventura.

L’evento si terrà il giorno domenica 14 Ottobre con partenza dal piazzale Dino Viola (centro sportivo A.S. Roma, a Trigoria) alle ore 8.30.

 

Per informazioni e partecipazione scrivi a info@pomerium.org o telefona al 342.1437822

Itinerarium I: la Via Amerina, dal rio Tre Ponti a Falerii Novi

Tipologia percorso: andata e ritorno; lunghezza percorso: 7,66 km; dislivello: partenza m. 202, altitudine max. m. 216, altitudine min. 177 m.

Luogo di partenza: prima traversa sterrata a destra (indicazione “Via Amerina – Cavo degli Zucchi”) lungo la SP 149 Nepesina, subito dopo località San Lorenzo (VT), provenendo dall’uscita A1 Magliano Sabina

(Coordinate GPS 42.277372,12.355399).

(Milko Anselmi 2012)

L’inizio della nostra escursione può cominciare dal luogo di parcheggio che, presumibilmente, potrà essere il piazzale sterrato prima del ponte romano del II secolo a.C. presso il fosso dei Tre Ponti. Recentemente restaurato e seminascosto tra la rigogliosa vegetazione, un buon punto di osservazione consiste nello scendere per uno degli stradelli che permettono di avvicinarsi al fosso sottostante per ammirare l’imponenza del manufatto costruito in blocchi squadrati in tufo.

Proseguiamo verso nord, superando il ponte, lungo la strada sterrata il cui rettifilo che ricalca esattamente l’antica Via Amerina, costruita dopo il 241 a.C. ed asse fondamentale per il processo di conquista, consolidamento e sviluppo di questi territori (l’ager faliscus) che venivano assoggettati da Roma. Il suo percorso inizia dalla consolare Cassia all’altezza della Valle del Baccano (a nord est del lago di Bracciano) e raggiunge la cittadina ternana di Amelia, l’antica Ameria, dopo circa 56 miglia (circa 83 km). Proseguiva poi il suo corso verso nord su di un tracciato al momento meno conosciuto rispetto a quello precedente.

Il rettifilo, dopo un po’ in discesa, taglia i primi banchi di tufo e conduce alle prime tombe, di alcune chiuse con grate per impedire nuove devastazioni; più avanti a sinistra la tagliata si fa più alta e presenta una caratteristica lavorazione con illusione ottica di un muro in opera quadrata.

La stradina si avvicina così nel sottobosco verso il fosso che potrà essere scavalcato scendendo lungo il viottolo che si incontra a destra e poi, dopo pochi metri, in rapida discesa a sinistra. Se ci si sofferma nel bosco, cercando la linea ideale rispetto alla strada finora percorsa dal ponte, si individua nella vegetazione, un pilone di un nuovo ponte, che doveva scavalcare il fosso stesso. Questo ponte, ora crollato, era databile tra la fine del II secolo e la fine del I secolo a.C., caratterizzato da blocchi squadrati di tufo locale. Si riesce a notare l’occhio ovvero apertura che alleggeriva la struttura del ponte ed in caso di piena permetteva all’acqua di tracimare.

Si attraversa il ponticello di tubi metallici e si risale sull’altra sponda per il viottolo che in breve condurrà ad una nuova necropoli (sulla sinistra, salendo,  si vede il pilone nord del ponte). Quella che ci si propone quasi per prima è la tomba della Regina, con la facciata a tre archi sorretti da due pilastri; all’interno presenta due panchine laterali ed al centro una porta con fregi identificativi delle ricche famiglie proprietarie. Entrati nella prima porta si vede in alto la caditoia che metteva in comunicazione la camera funeraria, a loculi e nicchie con una sovrastante terrazza.

(Milko Anselmi 2012)

Continuando e girato l’angolo a destra si apre alla vista una magnifica prospettiva: una tagliata nel tufo, usata per le tombe rupestri, percorsa al centro dal perfetto basolato originale dell’Amerina, qui largo circa 2,45 metri. Si tratta del risultato di un lavoro di recupero condotto dai volontari del Gruppo Archeologico Romano: hanno così recuperato l’antica pavimentazione a lastre di basalto, oltre alle crepidines (gli argini della strada) ed alcune opere di drenaggio; in numero consistente sono le tombe presenti ai lati della strada.

Tra le più notevole, procedendo lungo il tracciato chiamato qui  “Cavo degli Zucchi”, si incontra sulla destra un tratto di muro trattato a finti conci con iscrizioni in numeri romani (XVIII) sul prospetto esterno di una tomba a camera preceduta anch’essa da un piccolo vestibolo; le iscrizioni indicavano lo spazio occupato dalla tomba, una sorta di limite di proprietà. Sull’altro lato della strada vi è un’altra tomba delimitata da una fascia rupestre, con affreschi a riquadri.

Continuando altre sepolture segnano il cammino, di cui alcune a fossa nel pavimento. Sul finire del tratto riportato alla luce, si vede un bellissimo esempio di colombario del I secolo d.C., aperto verso l’esterno, con opera ad archi appoggiati a delle basi. Si tratta del colombario più grande della necropoli del Cavo degli Zucchi, ha forma quadrangolare con numerose nicchie per cinerari e fosse sul pavimento. Vi sono anche tracce di decorazioni pittoriche e al centro conserva l’ambito della caratteristica mensa, posta per lasciare le offerte ai defunti. Gli studi fatti attestano in questa area circa 186 tombe.

(Milko Anselmi 2012)

Alla fine della tagliata si segue la strada, ora di nuovo sterrata, per circa 500 metri fino al rio Calello; lungo la via, aperta ora alla vista della piana e delle alture in lontananza (ad est si staglia la cuspide del Monte Soratte), si notano tra gli arbusti del lato destro resti di sepolcri, questa volta costruiti e non ricavati scavando il tufo come le precedenti. Al Rio Calello si giunge entrando nel boschetto che ci si trova davanti proseguendo ignorando la curva a gomito della strada; agevolmente, si scende al passaggio sul fosso costruito in quest’area; si notano da entrambi i lati del piccolo ruscello i resti del terzo ponte antico incontrato, anch’esso crollato nel corso del tempo. Il ponte  era di ampiezza minore dei precedenti (il raggio della volta di circa 4,5 m). Per osservare la struttura, si può scendere verso destra lungo la spalla del ponte, dove si ritrovano dei blocchi di tufo identici a quelli dei due già visti.

Oltre questi resti si prosegue in leggera salita e, sul lato ovest è situata una piazzola con due pareti tufacee modellate con sepolture, loculi, arcosoli e colombari con evidenti tracce di pitture. Si prosegue sempre in direzione nord e lungo la direttrice immaginaria della via romana (sempre un rettifilo rispetto al punto di partenza); si arriva subito a lambire alla sinistra un quartiere residenziale moderno nato nei sobborghi di Fabrica di Roma, chiamato “Parco Falisco”.

Dopo l’ultima abitazione che troviamo sulla sinistra si arriva subito al limite di un noccioleto, chiuso di recente da un cancello.

A questo punto si può procedere in due modi:

1)       se la vegetazione lo permette si esce dalla strada sterrata in prossimità della cabina ENEL presenta a destra, e passando sul campo posto accanto; si procede seguendo il limite del campo e, arrivati in prossimità del bosco che ricopre il versante sud della forra del Rio Purgatorio, si rientra a sinistra tra la boscaglia arrivando al cospetto di due grandi mausolei in opera cementizia. In questo luogo si può rintracciare il punto dove passava la strada, da alcuni segni evidenti (basoli affiorati e resti dell’imponente ponte che attraversava l’ultima forra prima di entrare alla città di Falerii Novi.  Superando col ponticello moderno il rio si procede a vista verso un passaggio tra le mura meridionali. Entrati nella cinta, si punta verso la grande costruzione dell’abazia di S.Maria in Falleri nei pressi della quale (in direzione est) si trovava il Foro della città e  l’incrocio tra cardo e decumano (entrambi i basolati sono stati portati alla luce, insieme a resti del Foro stesso). Malgrado questo punto costituisca il nostro “giro di boa” conviene fare un salto alla Porta di Giove (subito dietro l’abbazia che si trova ad ovest del Foro), l’antica porta ovest della città romana.

 

2)       l’altra ipotesi, percorribile in ogni condizione di tempo e vegetazione, consiste nel tornare indietro, prima della casa di fronte alla cabina ENEL, e percorrere la strada asfaltata (Via degli Etruschi). Giunti dopo circa 400 mt all’incrocio con Via Faleri Novi, si segue quest’ultima strada per 600 mt. La strada scende e poi risale, in corrispondenza del Rio Purgatorio, arrivando all’ingresso ovest dell’antica città di Falerii Novi costituita dalla mirabile Porta Giove.  Procedendo verso est, e passando lungo l’itinerario segnato alla sinistra dell’antica abbazia di S.Maria in Falleri, si arriva alla zona dell’antico Foro  e all’incrocio tra il cardo e il decumano (entrambi i basolati sono stati portati alla luce.

 

Falerii Novi è spesso indicata con il toponimo di Falleri essendo Novi e Veteres una specificazione utilizzata per distinguere la città romana, fondata nel 241 a.C., da quella falisca (corrispondente alla vicina Civita Castellana) distrutta e abbandonata dopo la sconfitta per opera dei Romani.

 

L’impianto urbano della città è evidentemente impostato su una maglia ortogonale, dove la via Amerina, ne costituisce il suo asse portante orientato nord-sud, il cosiddetto cardo. Il decumanus, invece, era costituito da una via legata ai traffici locali (la Via Cimina, probabilmente).  Tutt’intorno si vedono le  imponenti mura, in gran parte ancora in piedi, a costituire una cinta difensiva di circa  2,5 km, difesa originariamente da cinquanta torri quadrate e nove porte d’accesso.

Per tornare al punto di partenza occorre ripercorrere lo stesso cammino fatto per giungere al Foro.

Giovedi 21 giugno: passeggiata al Velabro.

L’Associazione culturale Pomerium  è lieta di invitarvi giovedì 21 giugno ad una passeggiata serale in nostra compagnia per le vie adiacenti alla zona del Velabro e del foro Boario.

Il Velabro (in latino Velabrum) era un’area pianeggiante dell’antica città di Roma, situata tra il fiume Tevere e il Foro Romano, tra i colli del Campidoglio e del Palatino. I limiti dell’area non sono precisamente indicati: era contigua al Foro Boario e al vicus Tuscus, la via che partendo dal Foro Romano costeggiava le pendici del Palatino verso il Circo Massimo. La passeggiata serale è organizzata dagli amici dell’associazione Archimede: “Passeggiando lungo la palude del Velabro incontreremo Ercole diretto con i suoi buoi verso l’Aventino, Tarquinio intento a costruire la Cloaca Massima, Augusto occupato a innalzare il suo teatro. Vedremo i pellegrini diretti alla diaconia di S. Giorgio al Velabro in cerca di assistenza, il dio Portunus che veglia sui commercianti dell’antico portus tiberinus.”

(informazioni da Wikipedia e http://www.archimedecultura.it/)

L’appuntamento è per le ore  19.45 in Via dei Cerchi angolo Via del Velabro (Piazza Bocca della Verità).

Si prega di avvertire preventivamente della propria partecipazione info@pomerium.org o al 342.1437822. Il costo della visita guidata è di 10 € comprensivo dell’auricolare.

La morte di Germanico

In un solenne interno classicheggiante, animato da un gioco di luce e d’ombra e dilatato grazie a un’infilata di vani inquadrati da austeri archi, si sta compiendo l’ultimo atto della vita gloriosa di un giovane condottiero, disteso su un letto funebre e attorniato dai suoi uomini e dai membri della sua famiglia, in un dignitoso e al contempo struggente compianto. Il giovane imperator è Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico. Il dipinto è uno dei più autorevoli esempi del genio del pittore francese Nicolas Poussin, che lo compose a Roma tra il 1627 e il 1628.

Germanico, figlio di Druso I, nipote ed insieme figlio adottivo di Tiberio, rappresenta uno dei personaggi più affascinanti degli  Annales composti da Tacito, di sicuro quello, insieme al princeps, su cui maggiormente hanno discusso gli studiosi della prima esade. Nato ad  Anzio con il nome di Nerone Claudio Druso, era il figlio di Druso maggiore e Antonia minore, oltre ad essere nipote dell’imperatrice Livia Drusilla, moglie di Augusto. Ricevette il nome di Germanico in seguito ai successi del padre, comandante in Germania tra il 12 ed il 9 a.C.

Mutò il nome originario in quello di Gaio Giulio Cesare Germanico in seguito alla sua adozione nella gens Iulia, avvenuta nel 4, quando Tiberio lo adottò come successore designato su imposizione di Augusto. Accompagnò Tiberio in Germania negli anni 10 ed 11 per rafforzare i confini lungo il Reno (dopo la grave disfatta subita da Publio Quintilio Varo nella battaglia della Foresta di Teutoburgo del 9), e compiere alcune spedizioni punitive contro le popolazioni germaniche fino al fiume Weser. Tornato a Roma, nel 12 fu eletto console 5 anni prima del normale cursus honorum, vale a dire a soli 28 anni. Nominato comandante delle truppe del Reno, tra il 14 e il 16 d.C. condusse alcune campagne militari in terra germanica, che tuttavia non riuscirono a riportare i territori tra Reno ed Elba sotto il dominio romano.

Il piano di riconquista di Germanico si rivelava un fallimento, tanto che egli fu richiamato a Roma al termine del 16 d.C. Tiberio gli concesse di celebrare il trionfo nel maggio del 17, e gli affidò un nuovo comando speciale in Oriente.

Decise, pertanto, di conferirgli l’imperium maius proconsolare sulle province orientali, e di inviarlo a risolvere il delicato problema armeno con il re dei Parti. Egli rappresentava, del resto, l’erede designato della dinastia giulio-claudia, anche se Tiberio non si fidava del tutto delle doti di Germanico e decise perciò di affiancargli in Siria Gneo Pisone, persona di fiducia del princeps. A Pisone era, dunque, affidato il compito di consigliare Germanico nella sua missione, ma soprattutto quello di tenerlo a freno, evitando attriti con i Parti, considerando il suo carattere particolarmente impulsivo. Germanico partì nel 18 per svolgere la sua azione principale in Armenia, dove insediò il nuovo re; ritornato poi in Siria, aprì dei negoziati con Artabano II, desideroso di rinnovare il trattato di amicizia. Germanico entrò però presto in attrito con Pisone, dal momento che costui, uomo arrogante e opportunista, aveva tentato di annullare alcuni dei suoi provvedimenti e si era rifiutato di lasciargli il comando nella spedizione in Armenia. Poco dopo la sua partenza, Germanico cadeva gravemente malato ad Antiochia, dove moriva il 10 ottobre del 19, con la convinzione di essere stato avvelenato per ordine di Pisone.

 

Numerosi ed autorevoli interpreti hanno messo in rilievo la natura fortemente idealizzata del Germanico tacitiano, così come pure la volontà dell’autore di far risaltare la meschina indole dell’imperatore, proprio attraverso il contrasto con la grandezza del figlio adottivo.

Nicolas Poussin, La morte di Germanico, 1628; olio su tela, cm. 148x198. Minneapolis, The Minneapolis Institute of Arts

Si è unanimemente d’accordo nel considerare un brano di Tacito tratto dal Libro II degli Annales come la fonte letteraria essenziale per l’episodio tragico raffigurato da Poussin. Partendo dal testo di Tacito, Poussin aveva il compito di tradurre il racconto in un’immagine chiara che lo riassumesse ma risultasse anche evocativa, fortemente patetica e coinvolgente.

Tacito aveva sapientemente intessuto l’atmosfera di oscuri presagi e di morte già al paragrafo 54 del Libro II: infatti, ci dice che in asia Minore, a Claro, Germanico aveva interrogato l’oracolo di Apollo, ottenendo un responso enigmatico, ma evidenti indizi di morte prematura.

Inoltre, a Seleucia, mentre Germanico mostrava già i primi sintomi dell’avvelenamento, “si erano trovati, a terra o sui muri, resti umani dissepolti, formule magiche, incantesimi e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa mezzo bruciate e impastate a grumi di sangue e malefici del genere, con cui si crede di poter consacrare le anime agli dei infernali” (Annales, II, 69). Tacito aveva poi raccontato il lento progredire dei sintomi del male che aveva colpito Germanico e aveva descritto con fine sensibilità i timori del condottiero: “Se la porta di casa sua era sorvegliata, se gli toccava spirare sotto gli occhi dei suoi avversari, quale destino sarebbe dunque toccato alla infelicissima consorte e ai figli ancora piccoli? Lento pareva l’effetto del veleno: Pisone dunque accelerava, anzi precipitava la fine, per avere da solo la provincia e le legioni” (Annales, II, 70).

Lo storico ci informa che egli scrisse una lettera a Pisone, con cui troncava i loro rapporti e gli ordinava di lasciare la provincia. Pisone, senza più indugiare, s’imbarcò per andarsene, veleggiando tuttavia senza fretta, pronto a ritornare qualora la morte di Germanico gli avesse aperto le porte della Siria.

In un crescendo drammatico, Germanico, prostrato dalla malattia, sentendo prossima la fine, decide di parlare con nobile franchezza ai suoi fedeli che lo attorniavano in quel frangente:

“Se me ne andassi per volere del destino, avrei ragione di dolermi anche verso gli dei, perché con morte prematura mi strappano, nel fiore della giovinezza, ai genitori, ai figli, alla patria. Ora, vittima degli scellerati intrighi di Pisone e Plancina, affido ai vostri cuori le mie ultime preghiere: riferite al padre e al fratello da quali amarezze straziato, da quali insidie avvolto io abbia concluso questa vita infelicissima con una morte tremenda. Quanti s’interessavano a me, in vita, per le speranze che di me davo o per i miei legami di sangue o per gelosia, piangeranno il fatto che io, un giorno al vertice della fortuna e sopravvissuto a tante guerre, sia caduto per l’inganno di una donna. Avrete il modo di lamentarvi in senato e di invocare le leggi. Compito primo degli amici non è accompagnare il defunto con sterile lamento, ma ricordarne i desideri e attuare le sue volontà. Anche degli sconosciuti piangeranno Germanico, ma sarete voi a vendicarmi, se il vostro attaccamento era a me e non alla mia fortuna. Mostrate al popolo romano la nipote del divo Augusto, che è pure la mia sposa, additate i miei sei figli: la pietà starà con gli accusatori e a chi, mentendo, parlerà di ordini scellerati, nessuno potrà credere o concedere il perdono” (Annales, II, 71).

Secondo quanto afferma Andrea Carpentieri nel suo esauriente studio, ricco di spunti stimolanti (si veda A. CARPENTIERI, Strategie narratologiche e retoriche nell’Esade Tiberiana di Tacito, pag.101 – tesi di dottorato discussa all’Università Federico II di Napoli), si tratta di un discorso complesso, perfettamente strutturato dal punto di vista retorico nel quale Germanico esenta ufficialmente Tiberio da colpe:  è questa la finalità delle accuse da lui rivolte a Pisone ed a Plancina, o anche del riferimento ai scelesta mandata, cui prevede che i coniugi assassini mendacemente si appiglieranno per sfuggire alla giusta punizione.

“Rivolto poi alla moglie, la scongiurò, per la memoria di sé e per i figli comuni, di deporre la sua fierezza, di piegarsi alla crudeltà del destino e, al suo ritorno in città, di non inasprire i più forti in un conflitto rivaleggiando con loro. Questo disse apertamente e poi altro a lei sola in segreto: si pensava che le avesse manifestato la paura che gli ispirava Tiberio”  (Annales, II, 72).

Germanico, dunque, dice che, se fosse ridotto in fin di vita per cause naturali, avrebbe potuto provare un iustus dolor nei confronti degli dèi, per averlo essi sottratto  parentibus (…), liberis (…),patriae. Ma la fine – chiarisce – gli è giunta per opera di Pisone e Plancina, e di ciò chiede sia riferito a suo padre ed a suo fratello; molte lacrime – aggiunge il figlio adottivo di Tiberio –  verseranno coloro che, quando era vivo, nei suoi confronti spes meae (…), propinquus sanguis (…), etiam (…) invidia (…) movebat.

Citando le parole di A. Carpentieri, non può sfuggire “la simmetria del rapporto che nel testo tacitiano si viene a creare tra parentibus, liberis e patriae, da una parte, e spes meae, propinquus sanguis ed invidia dall’altra: nella seconda terna Tacito ha sostituito degli elementi astratti a delle realtà umane ben precise, demandando ai primi il compito di alludere palesemente alle seconde” (A. Carpentieri, Strategie narratologiche e retoriche nell’Esade Tiberiana di Tacito, pag.101)

Germanico cerca ovviamente di salvaguardare i propri comites e, soprattutto, i propri eredi, ai quali null’altro che rovina e morte sarebbe potuto venire da uno sconto frontale con il princeps, quindi pare “assolvere” Tiberio, “coprendone” quella che pure ai suoi occhi dovette costituire l’ultima, più terribile manifestazione di ostile avversione e di odio. Si tratta di una inappellabile – benché soltanto sussurrata – condanna verso l’imperatore, colui che, di tale morte, se non fu esecutore materiale, fu certamente, agli occhi di Tacito, il perfido demiurgo. (Ibidem, pag.111).

Bisogna rammentare che nell’ambiente dei sostenitori del carismatico condottiero defunto si sviluppò un movimento di opinione legato alla sua memoria, quindi assai ostile a Tiberio;  il princeps difatti era comunemente ritenuto complice – quanto meno a causa dell’infelice nomina di Pisone a legato per la Siria – di quell’omicidio di Germanico a cui in molti, nonostante l’assolutorio verdetto del processo a Pisone stesso, continuavano a credere.

Nicolas Poussin, La morte di Germanico; disegno a penna, inchiostro bruno, con lumeggiature ad acquerello. Londra, British Museum.

La libellistica ostile a Tiberio e gli scritti che si diffusero in esaltazione di Germanico con tutta probabilità influenzarono il pensiero di Tacito.  Le informazioni che Tacito ci offre sia prima sia dopo il decesso del condottiero, determinano un’atmosfera che origina nel lettore la consapevolezza dell’odio nutrito da Tiberio; questi elementi, a loro volta, costituiscono il terreno su cui il seme del sospetto abilmente gettato, può germogliare: il frutto sarà rappresentato dalla finale certezza, instillata nel lettore, di una responsabilità di Tiberio nella morte di Germanico (Ibidem, pag.87).

Del resto, Tacito in alcuni passi del Libro I e del Libro II aveva insistito sulla rivalità provata da Tiberio nei riguardi di Germanico proprio per preparare il lettore all’ipotesi che l’imperatore potesse essere l’istigatore della prematura scomparsa del suo figlio adottivo  (Ibidem, pag.93).

Del resto, Germanico era stato imposto da Augusto a Tiberio; lo stato d’animo con cui Tacito mostra il princeps rapportarsi di solito a Germanico stesso  è, significativamente, quello della paura nei confronti di un potenziale aemulus, anzi, del suo più temibile rivale. Tiberio temeva molto l’affetto e l’ammirazione che tutti avevano nei confronti di Germanico e i suoi successi militari lo mettevano in difficoltà, creando in lui invidia e fastidio (Ibidem, pag.87).

Tiberio assunse sempre, stando al testo di Tacito, un atteggiamento di forte conflittualità nei confronti di Germanico, sicché non sarà sorprendente leggere che l’imperatore Germanici mortem inter prospera ducebat (Annales, Libro III, 1).

 

Sicuramente Poussin aveva letto con attenzione il testo tacitiano, cercando il momento culminante, quello più adatto a essere raffigurato. Germanico nel quadro di Minneapolis sta ascoltando? Sta per parlare? Ha già parlato? Probabilmente Poussin ha scelto il momento in cui Germanico ha appena parlato e i suoi generali giurano di vendicarlo e si apprestano a toccargli la mano: “Stringendo la destra del morente, gli amici giurarono che avrebbero rinunciato alla vita piuttosto che alla vendetta”. (Annales, II, 71).

Il Cardinale Francesco Barberini probabilmente commissionò il dipinto all’artista nel dicembre 1625 e quest’ultimo lo consegnò intorno al gennaio 1628. Trattandosi di una commissione molto importante, Poussin vi si dedicò completamente. Ci sono rimasti due disegni preparatori che documentano il travaglio creativo dell’artista precedente alla realizzazione del dipinto.

Il primo è conservato al Britsh Museum e presenta delle varianti interessanti rispetto al quadro: ad esempio, il soldato al centro della composizione non ha ancora la mano destra sollevata al cielo in segno di vendetta, stringe invece la mano di Germanico, così come recita il testo di Tacito.

Il secondo disegno è conservato al Musée Condé di Chantilly: la scena si svolge davanti a una prospettiva architettonica e il gesto vendicatore della mano sollevata al cielo pare abbozzato dai soldati che si accalcano intorno al morente, anche se uno di essi esprime ancora l’altro gesto, quello di sfiorare la mano di Germanico. Poussin qui ha voluto fare del condottiero in fin di vita il centro della composizione. Agrippina – le mani sollevate a coprirsi il viso affranto – è accompagnata da cinque dei sei figli.

Evidentemente Poussin preferì introdurre nel quadro un’invenzione di più grande effetto: in effetti, il gesto del “vendicatore” avrà grande fortuna nella pittura europea del XVIII secolo.

Nicolas Poussin, La morte di Germanico, disegno preparatorio su carta, penna, inchiostro bruno. Chantilly, Musée Condé

Poussin trasse ispirazione da varie sculture antiche che aveva visionato e studiato fin dagli inizi del suo soggiorno romano. Tra queste, sicuramente la più importante è un sarcofago di epoca romana di cui esistono due versioni (ognuna nota in numerose varianti), che rappresenta La morte di Meleagro, tratta dal racconto di Euripide.

Le avventure di Meleagro diedero luogo a molte rappresentazioni artistiche, tutte incentrate sulla caccia e sulla morte dell’eroe. I vari sarcofagi del tipo di quello che ha influenzato Poussin hanno in comune un elemento fondamentale: ossia la figura del morente disteso, visto di profilo, la testa girata sulla destra della composizione. Poussin ha ripreso questo particolare e anche l’idea dei personaggi che si dispongono intorno al moribondo e la figura femminile che  cela il suo dolore nascondendo il viso tra le mani. Tuttavia, il sarcofago di Meleagro non è l’unica fonte di ispirazione visuale di Poussin. In generale, le cerimonie funebri, le scene di conclamatio – l’ultimo addio ai morti – di cui l’antichità ci ha lasciato numerosi esempi, non possono non aver colpito la fantasia dell’artista.

Sesterzio di bronzo della serie intitolata Judaea Capta, coniata a Roma nel 71 d.C. per commemorare la vittoria romana sui Giudei.

Allo stesso modo, l’adlocutio – arringa militare di cui si conservano esempi sia nella Colonna Traiana sia in quella Antonina così come nelle medaglie e nelle monete –, può essere all’origine del gesto del soldato che, al centro del dipinto, giura di vendicare il morente. Ma soffermiamoci sulla figura di Agrippina: il gesto delle mani che celano il viso addolorato si ritrova in numerose monete antiche che hanno per soggetto la personificazione di una nazione sconfitta, in particolare la Judaea Capta. Questi riferimenti eruditi dimostrano che Poussin ha l’ambizione di dare prova della sua profonda cultura classica.

Plinio, seguito da Cicerone, Quintiliano e Valerio Massimo, parla del pittore greco Timante che, nel suo Sacrificio d’Ifigenia, per dipingere il dolore di Agamennone, padre della vittima, gli “vela” il volto. Se non ci è stato conservato l’originale di Timante, tuttavia una copia celebre oggi, ma sconosciuta all’epoca di Poussin, può darci un’idea di quella immagine: si tratta del Sacrificio d’Ifigenia della Casa del Poeta Tragico, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che mostra, all’estrema sinistra della composizione Agamennone in piedi, girato verso sinistra come l’Agrippina di Poussin, in un’attitudine molto simile a quella che Poussin darà alla sposa del condottiero romano.

Sacrificio di Ifigenia (copia dall’originale di Timante), pittura parietale, cm. 138x140. Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Questa ripresa da parte di Poussin di una invenzione pittorica che aveva destato l’ammirazione degli Antichi fu l’oggetto di molti commenti entusiasti da parte di scrittori e teorici del XVIII secolo, in un periodo in cui il quadro di Poussin era già divenuto a sua volta un modello a cui gli artisti amavano ispirarsi.

Tuttavia, non furono soltanto fonti antiche a attirare l’attenzione di Poussin, ma anche esempi più recenti. Infatti, poco prima di commissionare a Poussin il dipinto che raffigura La morte di Germanico, il Cardinale Francesco Barberini, alla fine del suo soggiorno in Francia (il 20 settembre 1625) aveva ricevuto in dono da Luigi XIII la serie degli arazzi con la Storia di Costantino, tessuti dalla Manifattura del Faubourg Saint-Marcel, sulla base di schizzi e cartoni di Rubens.

Tra questi arazzi, oggi al Museum of Art di Philadelphia, ve n’è uno che presenta evidenti analogie con il dipinto di Poussin, ossia La morte di Costantino. E’ probabile che Poussin abbia visto questo arazzo. In esso, la sequenza raffigurata si dispone in senso inverso rispetto a quella dipinta da Poussin; cosa che non avviene né nello schizzo né nel cartone. Questi ultimi hanno rapporti strettissimi con l’opera dell’artista francese: stessa composizione incentrata sulla figura di un morente disteso sul letto (che, nel caso di Rubens, distribuisce il suo Impero tra i suoi tre figli), stesso drappo sullo sfondo, stessa apertura sulla sinistra della composizione su una prospettiva architettonica, stessa figura piangente sulla destra dell’opera, anche se il viso non è nascosto tra le mani. Pare quindi che Poussin conoscesse la composizione di Rubens.

Quello che è certo è che Poussin fu molto scrupoloso di esattezza storica nella rappresentazione degli ultimi momenti di vita di Germanico e volle anche eseguire un quadro che incarnasse un “esempio morale”: infatti, in esso viene messa in scena una morte eroica e ingiusta, e vengono evocati i grandi temi del destino umano, ossia la morte, la sofferenza, il dolore, l’amore, la compassione, la solidarietà e l’anelito di vendetta. I soldati che si affollano intorno a Germanico sono figure statuarie, ritratte in atteggiamenti di dignitosa sofferenza e animati da una veemenza che traspare da ogni movimento, da ogni postura. Fremono di sdegno, sono pronti a una vendetta implacabile nei confronti di chi ha causato la morte del loro condottiero. In contrasto con la ferma e virile energia che si sprigiona da questo gruppo, risalta nel dipinto lo struggente abbandono emotivo del gruppo composto dalla moglie e dai figli, alcuni anche di giovanissima età, rivolti verso il padre morente con una sollecitudine piena di tenerezza e una tristezza intrisa di fragilità.

La luce e le ombre, sensibilissime, contribuiscono a evocare l’ora struggente del trapasso, con quel fascio di luce che avvolge il busto di Germanico, esalta il candore della sua camicia e del cuscino e si spegne sul viso, che ha già il pallore cinereo della morte.

La morte di Costantino, arazzo su disegno di Peter Paul Rubens, 1623-25. Philadelphia, Philadelphia Museum of Art

“E poco dopo si spense tra il vasto compianto della provincia e dei popoli adiacenti. S’afflissero stati e re stranieri: tanta era in lui l’umanità verso gli alleati e la clemenza verso i nemici; l’aspetto e le parole di lui ispiravano eguale profondo rispetto, perché, pur serbando l’austera solennità del suo grado, aveva saputo evitare l’impopolarità e l’arroganza” (Annales, II, 72).

Continua in queste parole l’idealizzazione della figura di Germanico, proposto come exemplum virtutis e ammirato da amici e nemici per le sue doti di umanità.

“Prima della cremazione il corpo fu esposto, denudato, nel foro di Antiochia, luogo destinato alla sepoltura, e non ci sono prove certe che mostrasse segni di veleno: si avanzavano infatti interpretazioni diverse, a seconda che prevalesse la pietà per Germanico e, quindi, il pregiudizio del sospetto, oppure le simpatie per Pisone” (Annales, II, 73).

In una luce davvero sinistra e malevola Tacito evoca a questo punto la soddisfazione di Pisone e Plancina, allorché la notizia della morte del giovane condottiero li raggiunse all’isola di Cos: “La accolse con gioia sfrenata: sacrifica vittime, si reca nei templi, incapace di contenere il suo gaudio, ma più di lui era sfacciata Plancina, che smise il lutto per la sorella defunta e proprio allora s’abbigliò a festa”. (Annales, II, 75).

Anche Dione Cassio nella sua Historia Romana (LIX, 18) pare considerare i due coniugi responsabili dell’ avvelenamento di Germanico e Caio Svetonio Tranquillo (De vita Caesarum – Caligula, cap. I), scrive con accenti di superstizione: “Germanico morì in Antiochia all’età di 34 anni, dopo una lunga malattia, non senza sospetto di veleno. Imperciocché oltre al livore, che si vedeva per tutto il corpo e la schiuma, che mandava dalla bocca, fu trovato anche fra le ceneri del corpo bruciato che il cuore era rimasto intero, per la natura del quale si vuole che, toccato dal veleno, non possa essere consumato dal fuoco”. Accennando poi alle responsabilità avute da Pisone e da Tiberio nella morte del giovane, si esprime con dubbio: “Obiit antem, ut opinio fuit, fraude Tiberii…(De vita Caesarum – Caligula, cap. II).

In realtà, anche Tacito non esprime accuse dirette ed esplicite sulla colpevolezza di Tiberio, anzi dal resoconto tacitiano del processo emerge l’assoluta inconsistenza dell’accusa di veneficio portata avanti dagli amici di Germanico. Nondimeno, le pagine degli Annales sono piena di allusioni proprio ad una trama di oscure macchinazioni, di nascoste vergognose complicità, che, opportunamente interpretate, consentano di scorgere in Tacito il più terribile – e il più fine – accusatore di Tiberio.

Come ha dimostrato A. De Vivo (Il senatus consultum de Cn. Pisone patre e Tacito, In ID., Costruire la memoria. Ricerche sugli storici latini, Napoli, 1998, pp. 113-23), «oggi siamo in grado di dire con certezza che Tacito si attiene al documento ufficiale»: su questa base, come sottolinea C. Formicola (I rumores nell’esade tiberiana di Tacito, «Aufidus» 15, 43-44, 2001, pp. 33-65), l’autore compie un’operazione assolutamente geniale.  Pur accogliendo come verità storica la versione dei fatti ufficiale, quella cioè diffusa attraverso il testo del senatoconsulto fatto circolare dopo il processo, quindi quella “firmata” dall’imperatore, Tacito la attacca costantemente, in modo latente, colpendola con la verità opposta del rumor: in tal modo, egli vuole dimostrare che il principe «dava un colpo finale alla credibilità del giovane Germanico» presentato come uno che «aveva avanzato un’accusa assurda» (Citazioni tratte da A. Carpentieri, Strategie narratologiche e retoriche nell’Esade Tiberiana di Tacito, pag.130).

Si ricorderà infatti che tutto il complesso di accuse rivolte a Pisone si fonda sulle parole pronunciate da Germanico morente, portate poi come unica testimonianza a carico di Pisone anche dal testo del senatoconsulto. In tal modo, conclude Formicola, «a uscire male, dal documento ufficiale senz’altro, dal testo tacitiano solo apparentemente, è proprio Germanico, che muore una seconda volta, perché (…) trasformato in un calunniatore». Tuttavia, questa trasformazione dell’eroe martire in calunniatore viene suggerita dallo storico come un’ulteriore infamia perpetrata dal princeps nei confronti di Germanico, e della sua memoria.

Al paragrafo 73 del Libro II Tacito perfeziona la sua opera di idealizzazione di Germanico evocando il possibile paragone con Alessandro il Grande, paragone da cui comunque il figlio adottivo di Tiberio esce vincitore:

E non mancò chi volle trovare nella figura di Germanico, nell’età, nel tipo di morte, anche per la vicinanza del luogo ove spirò, analogie col destino di Alessandro. Infatti entrambi – ricordavano – belli d’aspetto, di stirpe nobile, non molto al di là dei trent’anni, erano morti tra genti straniere per insidie dei loro; ma Germanico s’era fatto conoscere mite con gli amici e temperante nei piaceri, aveva sposato una sola donna e avuto figli legittimi; non era stato da meno come condottiero (…). Se fosse stato arbitro dello stato col titolo e il pieno potere di sovrano, tanto più prontamente avrebbe potuto pareggiarne la gloria militare, quanto più lo sopravanzava per clemenza, senso di moderazione e ogni sorta di altre doti”.

Non sfugge al lettore degli Annales  anche la particolare sensibilità con cui lo storico parla della vedova di Germanico:

Agrippina intanto, benché distrutta dal dolore e in non buona salute ma insofferente a ogni ritardo della sua vendetta, s’imbarcò con le ceneri di Germanico e i figli; tutti erano mossi a compassione nel vedere quella donna, di eletta nobiltà, abituata, fino a poco prima, a spiccare per il suo meraviglioso matrimonio tra sguardi riverenti e ammirati, portarsi, stretti in seno, i resti mortali del marito, non sicura della vendetta, inquieta per il suo destino” (Annales, II, 75).

Questo brano degli Annales fornirà spunto nel 1839 al pittore inglese William Turner per la realizzazione del dipinto Roma antica: Agrippina sbarca con le ceneri di Germanico, scena struggente immersa in un’atmosfera evocata con toni visionari,  in cui  la “folla in pianto” di cui parla Tacito – assiepata sulle barche che paiono lentamente scivolare sulla superficie delle acque – pare incerta “se dovesse accogliere Agrippina al suo sbarco in silenzio o con qualche acclamazione” (Annales, Libro III, 1).

Joseph William Mallord Turner, Roma antica: Agrippina sbarca con le ceneri di Germanico, 1839; olio su tela, cm. 91,4x121,9. Londra, Tate Gallery

Straordinarie furono la commozione e la costernazione che si diffusero a Roma alla notizia della morte di Germanico. Tacito afferma che  “il giorno in cui si portarono i resti di Germanico nel sepolcro di Augusto, Roma si trovò ora immersa in un desolato silenzio, ora agitata dai lamenti; le strade erano affollate, splendevano le torce per tutto il Campo di Marte”. Bellissima immagine, questa, di una notte tesa e vibrante di emozioni, rischiarata dal baluginìo delle fiaccole; come sempre, Tacito riesce con le sue parole a evocare suggestioni visive e auditive con effetti di altissima poesia.

Di grande significato le reazioni dei presenti, infatti, “i soldati, completamente armati, i magistrati senza le insegne del loro grado, il popolo tutto (…) gridavano che la repubblica era ormai morta, che non restava più un filo di speranza (…). Tuttavia, nulla ferì più a fondo Tiberio quanto la calorosa simpatia dimostrata ad Agrippina dalla folla, che la chiamava “onore della patria”, “vero sangue di Augusto”, “unico modello dell’antica virtù; e, rivolti gli occhi al cielo, scongiuravano gli dei che le conservassero la prole e la facessero sopravvivere alle insidie dei malvagi” (Annales, Libro III, 4).

Antonio Canova, Stele funeraria di Giovanni Volpato, 1807; marmo. Roma, Chiesa dei SS. Apostoli

L’episodio della morte di Germanico fece grande scalpore all’epoca dei fatti e continuò ad essere ricordato per lunghi anni. In esso si vedeva portato al livello di espressione più compiuto, e quindi più esecrabile, un fondamentale arcanum imperii: l’eliminazione del rivale giovane, forte, coraggioso, amato, meritevole, voluta dal sovrano giunto al potere per mezzo di muliebri intrighi e capace di rimanervi attaccato solo compiendo nuovi crimini. La sua vicenda ha trovato una memoria imperitura grazie al racconto di Publio Cornelio Tacito e una interpretazione geniale nell’opera di Nicolas Poussin, artista appassionato dell’Antichità e capace di esprimere in un’unica immagine di grande forza e pathossentimenti e virtù universali.
Inoltre, l’immagine dell’Agrippina delineata con tanta finezza da Poussin – donna e madre di famiglia piena di dignità, oppressa da un dolore irresarcibile – darà frutti fecondi nella pittura settecentesca e ottocentesca e affiorerà nel volto e negli atteggiamenti di altre donne colpite da altrettanta sofferenza: sarà scelta per interpretare il dolore femminile nei dipinti di Jacques-Louis David, Il giuramento degli Orazi (1784;Parigi, Musée du Louvre) e I littori riportano a Bruto i corpi dei suoi figli, (1789; Parigi, Musée du Louvre), pervenendo infine alla sublime interpretazione di Antonio Canova nella stele funeraria dedicata a Giovannni Volpato. Qui essa diventa personificazione allegorica del dolore, interprete dell’umano tributo reso alla memoria e all’ “eredità di affetti” del defunto.

Anna Maria Cavanna
(Università di Siena)

Non un luogo, ma il luogo

Anno 548 a.U.c. “… i Romani erano tutti animati dalla speranza che in quell’anno il conflitto si sarebbe deciso in Africa e la guerra punica avrebbe avuto fine. Questa certezza aveva riempito di vane superstizioni gli animi che erano perciò proclivi ad annunciare prodigi e a prestarvi fede. Se ne divulgavano parecchi: si raccontava che erano stati visti due soli e che durante la notte era brillata la luce; a Sezia si era vista una meteora luminosa stendersi da oriente ad occidente; a Terracina e ad Agnani la porta e in molti punti il muro erano stati colpiti dal fulmine; a Lanuvio nel tempio di Giunone Sospita si era udito uno strepito accompagnato da un terribile fragore. Per espiare questi prodigi fu celebrato per un sol giorno un rito solenne; si celebrò anche un novendiale poiché dal cielo erano piovute pietre.” (T.Livio – Storia di Roma – XXVIII, 14, 2-5).

 

Così Tito Livio racconta gli accadimenti di quei giorni che spinsero i Romani a cercare la risposta alla domanda più insistente: cosa vogliono che si faccia gli dei per porre fine a questo pericolo?

Questi segni divini reclamavano la massima attenzione ed inoltre, sebbene Hannibal ad portas fosse oramai lontano undici anni, la gran paura del nemico punico era ancora viva.

La risposta venne dai libri Sibillini: per salvare Roma era necessario che la madre degli dei fosse portata nell’Urbe e che ad attenderla ci fosse il Vir Optimus. L’individuazione degli oggetti della profezia fu pressoché immediata: la madre degli dei, la grande madre Cibele, era rappresentata da una pietra nera di forma conica conservata a Pessinunte, in Frigia; si trattava con tutta probabilità di un meteorite, la cui forma e colore sono tipici di quei frammenti stellari che entrano a grandissima velocità nell’atmosfera terrestre. Il Vir Optimus, il miglior uomo in circolazione, fu scelto tra le fila della gioventù patrizia nella persona di P. Cornelio Scipione Nasica. Il vaglio della gens Cornelia fu ovvio e Nasica ebbe la meglio sul più illustre Africano, forse per la sua giovane età; nel culto di Cibele appare infatti la figura di Attys, giovane amante della dea, e questo dettaglio fece apparire tale soluzione come la più appropriata.

Il culto della Grande Madre, della Terra e della sua fecondità, è ritenuto uno dei più antichi dell’umanità, presente in varie forme in tutti i popoli sin dai loro albori: Cibele, Rhea, Gaia o ancora Demetra (che sembra non essere altro che una corruzione del termine deum mater) e Cerere sono tutti nomi con cui era conosciuta. I Romani la chiamarono anche Mater Deum Magna Idaea, la grande madre degli dei del Monte Ida (dove le leggende sulla dea avevano avuto teatro), o semplicemente Magna Mater.

La giurisdizione del santuario di Pessinunte competeva a re Attalo di Pergamo, amico ed alleato del popolo romano. Viene preparata un’ambasceria con la missione di richiedere e prelevare il simulacro della dea e di portarlo a Roma. Cinque giovani della nobiltà patrizia e della cerchia plebea fanno parte del gruppo; Tito Livio non si sofferma sulla modalità di richiesta degli oggetti, ma è facile pensare che l’impresa non fu difficile. Fatto sta che il 4 Aprile dello stesso anno la pietra fa il suo arrivo ad Ostia, quindi sale su per il Tevere fino alla confluenza con l’Almone, fiumiciattolo poi assurto d’importanza per le cerimonie annuali legate al culto di Cibele a Roma. Gli oggetti sacri vengono posti nel tempio della Vittoria, sull’altura del Germalus che accoglie già molti luoghi sacri. Rimarranno lì per tredici anni, fintanto che non fosse disponibile un nuovo santuario. E questo nuovo tempio sarebbe sorto a pochi passi dall’Aedes Victoriae.

Perché proprio in quel luogo? Perché il simbolo di un culto straniero viene accolto e posto nel sancta sanctorum che quell’altura del Palatino rappresenta?

Dopo l’inaugurazione dell’Aedes Magnae Matris del 191 a.C., si registra un primo incendio nel 111, dovuto a cause dolose per i tumulti popolari scoppiati come rimostranza per i rituali lascivi, non visti di buon grado dai costumi morigerati del tempo. Erano infatti stati introdotti a Roma come danze sfrenate, riti orgiastici, evirazioni pubbliche. Dopo un secondo incendio, nel 3 d.C., Augusto decise di dare un giro di vite alla questione: a nessun cittadino romano fu permesso di entrare nella schiera dei Galli, i sacerdoti di Cibele; la Magna Mater venne elevata a divinità salutaris, necessaria per la “salute” dell’Urbs; il suo culto divenne religione ufficiale dello Stato, primo caso assoluto per una divinità straniera.

Il piano di Augusto è semplice (sappiamo anche di altri interventi come la meridiana del Campo Marzio), e svela la risposta alla precedente domanda: dare lustro alla sua figura e a quella della Gens Iulia, rimarcando il proprio legame divino attraverso la stirpe troiana di discendenza venusiana.

Ed ecco che la venerazione della Magna Mater non si rivolge ad una divinità straniera, ma ad una più che mai Romana in quanto legata a Ilio. La sua localizzazione nel sancta sanctorum non è quindi errata o casuale ma del tutto idonea. Nessuno due secoli prima si era sorpreso quando Cibele fu accolta là.

 

Ed ecco perché si trova lì, tra la casa di Romolo, il Lupercal, l’antro della Lupa e di Faustolo, e le Scalae Caci, che avrebbero condotto all’abitazione del mitico gigante Caco, anch’esso ricordato nell’epopea virgiliana.  Augusto stesso e sua moglie Livia andarono ad abitare in quella zona. Inoltre il prospiciente tempio della Vittoria fu inaugurato un primo di Agosto (Augusto).

Il tempio si presenta oggi come un gigantesco blocco in calcestruzzo sormontato da un gruppo di lecci, cresciuti lì da secoli. Si trova sul bordo del dirupo, lato sud ovest del colle, quello che si affaccia sulla sottostante Valle Murcia. Oltre al parallelepipedo poco rimane: frammenti di colonne provenienti dalla facciata esastilo, scalini di accesso al podio, vascone cerimoniale a latere, e poco altro. L’aspetto originario è splendidamente raffigurato su di un bassorilievo custodito a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia. Tranne che per brevi descrizioni tramandateci dagli storici, non c’è molto altro che si possa dire sul Santuario.

Si può però affermare ormai con certezza che si tratta del tempio della Magna Mater. In primis per la grandiosa statua acefala di Cibele ritrovata nei paraggi durante prime perlustrazioni del colle; oggi quella statua della dea assisa sul trono si trova a poche decine di metri, nell’antiquarium Palatino. La prova decisiva fu però il ritrovamento di un cippo con le iniziali MDMI (Mater Deum Magna Idaea), presenti spesso sulle raffigurazioni di Cibele.

Dopo il periodo d’oro descritto, per il tempio iniziò un lungo declino, tanto che ospitò tra le sue mura anche delle botteghe e dei magazzini durante gli anni scuri dell’Evo medio. Lo stesso culto della Magna Mater si perse seguendo le vicissitudini degli altri culti politeisti.

Riscoprire e divulgare i valori di quell’età a noi sì cara può facilmente immedesimarsi in questa scommessa: dare lustro ad un monumento che ai nostri occhi di cittadini del XXI secolo perde terreno, quando non rimane addirittura sulla linea di partenza, nella corsa con le altre più blasonate rovine romane.

(apparso su Pomerium n.1  -Luglio 20004)

le celebrazione per il 2765°anniversario della fondazione dell’Urbe

L’Associazione culturale Pomerium è lieta di invitarvi a Roma dal 14 al 22 Aprile per celebrare insieme il 2765°anniversario della fondazione dell’Urbe.

Come ogni anno si organizzano visite, escursioni ed eventi in prossimità della ricorrenza della fondazione di Roma, un’eccezionale occasione per incontrarci e godere delle meraviglie di Roma Antica. E come sempre vi offriamo la possibilità di scoprire itinerari nuovi e poco conosciuti. Quest’anno un piacevole prologo con la visita al complesso archeologico di Santa Croce in Gerusalemme del sabato precedente.

Coloro che vogliono partecipare ad uno o a più appuntamenti (tra il seguenti), sono pregati di comunicare la propria adesione a info@pomerium.org o chiamando il numero 342.1437822. Sarà possibile avere informazioni e assistenza nella permanenza a Roma.

Di seguito il programma degli appuntamenti (sono gratuiti per tutti laddove non diversamente specificato), partecipate numerosi!!!

Programma

     Sabato 14 aprile 2012

1 – Visita guidata all’area archeologica di S.Croce in Gerusalemme: Mura Aureliane, il Circo Variano, il palazzo imperiale, l’anfiteatro Castrense e domus

(appuntamento ore 9.45 all’ingresso della basilica di Santa Croce in Gerusalemme nell’omonima piazza)

Il comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme comprende una serie di monumenti antichi inclusi tra le Mura Aureliane, la Piazza di Santa Croce in Gerusalemme e la via Eleniana. Nel corso della visita sarà possibile visitare i resti della residenza imperiale dei Severi, composta da vari nuclei monumentali e circondati da un ampio giardino e da un anfiteatro: l’unico conservato a Roma oltre al Colosseo. Nell’area archeologica si può inoltre visitare il Circo Variano, di cui sono visibili alcuni ambienti di sostegno della cavea e l’inglobamento dell’Acquedotto Claudio nel circuito delle Mura Aureliane.  Del palazzo imperiale, ampliato nel IV secolo d.C., rimane parte del muro e dell’imponente abside che costituivano la basilica civile, detta “Tempio di Venere e Cupidine” e alcune domus; mentre la trasformazione di una parte dell’atrio monumentale del palazzo fu all’origine del primo impianto della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.

(altre informazioni su http://www.touringclub.com/chiesa/lazio/roma/s-croce-in-gerusalemme.aspx).

Nell’ambito della visita organizzata e guidata dal Touring Club abbiamo a disposizione 10 posti; costo della visita con guida 11 €. Visto il numero limitato di posti è necessario prenotare la propria partecipazione e, per i non soci, versare un anticipo entro sabato 7 aprile, a info@pomerium.org

 

     Venerdì 20 aprile 2012

1 – Visita guidata ai complessi funerari del Parco degli Scipioni: il sepolcro degli Scipioni e il colombario di Pomponio Hylas

(appuntamento ore 14.45 all’ingresso del sepolcro degli Scipioni in Via di Porta San Sebastiano, 9)

Sin dal XVII secolo l’area risulta caratterizzata da vigne ed orti disposti verso la via Latina. Al 1614 risale la prima scoperta moderna del sepolcro degli Scipioni, ramo della celebre famiglia dei Cornelii, realizzato agli inizi del III sec. a. C. dal console Lucio Cornelio Scipione Barbato, il cui sarcofago, ornato da fregi dorici e con iscrizione in versi saturni, si trova ai Musei Vaticani. Si tornò a scavarlo nel 1780, mentre l’area circostante, che manteneva la sua vocazione agricola, passando di proprietà in proprietà, restituiva in successione altre significative testimonianze di epoca romana. Nel 1831 infatti il marchese Pietro Campana scopriva il colombario di Pomponio Hylas, con mosaici e affreschi, databile al I sec. d.C., e a partire dal 1840 nell’attigua Vigna Codini venivano messi in luce tre colombari, con belle decorazioni a stucchi e pitture, pure databili al I sec. d.C.

(altre informazioni su http://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/ville_e_parchi_storici/passeggiate_parchi_e_giardini/parco_degli_scipioni).

 

Costo della visita con guida: 7 € per i soci Pomerium; 11€ per gli altri. I posti per la visita sono limitati a 12: è necessario prenotare a propria partecipazione e, per i non soci, versare un anticipo entro sabato 14 aprile, a info@pomerium.org

 

Sabato 21 aprile 2012

1 – Assemblea ordinaria annuale dei soci di Pomerium

(appuntamento ore 10.00 presso Federalberghi Roma, Corso d’Italia n. 19)

L’ordine del giorno sarà disponibile entro qualche giorno sul sito www.pomerium.org ed inviato singolarmente ai soci.

 

2 – Visita ai Musei Capitolini e alla mostra Lux  in Arcana (appuntamento ore 15.15 presso la statua equestre del Marco Aurelio in piazza del Campidoglio; ingresso con guida € 10,00).

All’interno dei Musei Capitolini, ad ingresso gratuito in occasione della settimana della cultura, la mostra “Lux in arcana. L’archivio segreto vaticano si rivela“. Ci mancava di inaugurare una mostra con questo titolo, proprio mentre dagli uffici vaticani scappano via già per conto loro tante carte che dovrebbero restar riservate. Ma la realtà supera la fantasia. Ed ecco che il primo a visitare la mostra in forma privata, prima ancora che fosse aperta al pubblico nel pomeriggio del 29 febbraio sul colle del Campidoglio, è stato proprio quel cardinal Tarcisio Bertone che è il più maltrattato – non senza sua colpa – dagli svolazzi delle carte vaticane in fuga. Perché a leggere la presentazione che “L’Osservatore Romano” ha dato della mostra, il pensiero va dritto a testi di confezione non solo vetusta, ma recentissima: “contesto nebuloso oppure oscuro…”, “realtà misteriosa perché sconosciuta…”, “conoscenza preclusa alla maggior parte delle persone…”, “lacci di faldoni da sciogliere…”, “romanzati ambientamenti…”, “documenti segreti per la prima volta fuori dai confini vaticani…”.

Il tutto nel solito ed incomparabile sito dei Musei Capitolini, il principale museo civico comunale di Roma contenente, tra le altre, opere del calibro della Lupa Capitolina, del Marco Aurelio nonché le fondazioni del tempio di Giove Ottimo Massimo.

(ulteriori informazioni su http://www.luxinarcana.org/).

3 – Cena sociale dei partecipanti alle celebrazioni del Dies Natalis

appuntamento ore 20.15 in Via Giovanni Branca 98, nel quartiere di Testaccio (http://www.info.roma.it/link_di_roma_dettaglio.asp?ID_servizi=2291)

Domenica 22 aprile 2012

1 – Parata storica ai Fori Imperiali

(appuntamento ore 10,00, all’angolo tra Via di San Gregorio e Via dei Cerchi)

Ormai tradizionale appuntamento per assistere alla parata organizzata dal Gruppo Storico Romano a cui partecipano numerosi gruppi rievocativi per celebrare la nascita di Roma.

(ulteriori informazioni su http://www.natalidiroma.it/2011/programma.html)